La

Cripta

Introduzione

A partire dal Medioevo la sepoltura dei defunti all’interno delle chiese, o sotto gli ambienti ad esse adiacenti (chiostri o conventi), era pratica comune.

Non esistevano infatti i cimiteri così come li conosciamo oggi. Questi nasceranno gradualmente dopo il Napoleonico Editto di Saint Cloud del 1804 (12 Giugno) che per ragioni igienico–sanitarie (oltre che ideologico–politiche) stabiliva che le tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati, e che fossero tutte uguali. Sino a quel momento le chiese e gli spazi ad esse adiacenti erano dei veri e propri sepolcri, collettivi o familiari. Le sepolture potevano essere effettuate sotto la navata centrale in ampi spazi ricavati nel sottosuolo, oppure in singole tombe poste poco sotto i pavimenti.

Le cappelle laterali venivano cedute in “uso” a famiglie, generalmente appartenenti alla nobiltà. Queste si occupavano del decoro dell’ambiente, degli arredi e del mantenimento della porzione di chiesa loro affidata e potevano inumare i propri defunti in cripte (vere stanze sotterranee) scavate sotto il pavimento. Le cripte svolgevano insomma la stessa funzione delle cappelle familiari dei moderni cimiteri.

Altre sepolture collettive potevano essere destinate alle Corporazioni di Arti e Mestieri – a Sassari dette Gremi – o alle Confraternite.

I defunti venivano ricordati, o singolarmente o per famiglia di appartenenza, in lastre marmoree iscritte che venivano poste nei pavimenti e nelle pareti delle cappelle e delle chiese in genere.

La gente più umile trovava sepoltura invece nei sagrati antistanti o negli orti retrostanti le chiese.

Anche le chiese di Sassari erano ricche di lapidi recanti nomi e stemmi di chi ci ha preceduto e che, purtroppo, in tempi relativamente recenti sono state disperse e distrutte da anni di incuria e da sciagurati restauri.

Ovviamente una rilevanza importante era riservato alla sepoltura dei frati del convento, o del clero secolare, cui la chiesa apparteneva, collocata spesso alla fine della navata principale o sotto il presbiterio.

Gli Ordini Mendicanti (i Francescani), essendo caratterizzati dalla “povertà”, ospitarono molti sepolcri di famiglie benestanti che in qualche modo si occuparono così della manutenzione e dell’abbellimento delle loro chiese.

I Cappuccini poi, in modo particolare, si distinsero per realizzare nei loro complessi delle “cripte ossario” monumentali, nelle quali deponevano le ossa – talvolta disposte con ordine maniacale – dei defunti più vecchi che venivano periodicamente esumati in modo da offrire spazio per nuove sepolture.

Tra gli esempi più importanti di tale usanza si possono ricordare i grandissimi complessi ipogei di Roma e di Palermo.

 

Gli interni

Ciò che si vede è un ipogeo scavato nella roccia disposto su due livelli, costituito da tre ambienti: due nel primo e uno più piccolo nel secondo.

L’aspetto attuale è il frutto di varie modifiche intervenute nel corso dei secoli, alcune delle quali anche recenti.

Si vuole sia stata realizzata per dare sepoltura, oltre che ai frati, anche ai fedeli che lasciavano delle eredità al convento, nonché ai componenti del Gremio degli Ortolani, istituito nel 1531, che aveva sede nella chiesa di Valverde.

In realtà – poiché sono collocate esattamente sotto la seconda e la quarta cappella della navata sinistra della chiesa, è più probabile che originariamente si trattasse di due cripte familiari, in origine indipendenti e non collegate tra loro.

Così gli Ortolani, se effettivamente come Gremio nacquero nella Chiesa di Valverde, forse all’Arrivo dei Servi di Maria e comunque prima dell’arrivo dei Cappuccini, spostarono la loro sede in una Cappella di Santa Maria di Betlem dove ancora oggi permangono, senza lasciare alcuna traccia documentale della loro presenza sul Colle dei Cappuccini.

 

L’ingresso

L’accesso attuale è ubicato a sinistra della chiesa, nel corridoio del convento.

Una scala pavimentata in cotto, di recente realizzazione, conduce dal piano terra del convento fino alla quota del primo livello interrato. Durante la discesa, attraverso alcune aperture poste sia nel pavimento, sia nei muri, si possono vedere alcune nicchie ossario.

 

La prima sala

Il primo ambiente, che nel tempo ha subito vari rimaneggiamenti, ospitava nella parete di fondo, posto su un lieve rialzo piastrellato, un altare ligneo, oggi perduto e sostituito da arredi in ferro battuto, presso il quale erano celebrati i riti funebri e di commemorazione dei defunti, risalente presumibilmente agli anni ’30 del XX secolo (foto 55).

L’accesso all’ambiente, avveniva originariamente per mezzo di una scala in pietra, ancora oggi visibile, ma non più percorribile. La larghezza della scala fu infatti ridotta dalla costruzione delle fondazioni per l’ampliamento della chiesa. Infine l’accesso fu completamente chiuso quando, negli anni Trenta del secolo scorso, con i lavori di rifacimento della facciata del tempio, crollata durante un nubifragio, fu realizzato il soffitto, tutt’oggi visibile, in travi di ferro e voltine di laterizi intonacati, che sostituì l’originaria volta a botte della quale sopravvive l’imposta. L’antica scala non immetteva all’interno della chiesa, ma portava a un ambiente esterno ad essa, posto in angolo con la primitiva facciata e con essa scomparso nel crollo del 1932 (foto 56).

La copertura attuale, realizzata con voltine e travi, è tipica dei primi decenni del Novecento.

Le pareti sono intonacate con malta di calce e, nei pressi dell’originaria scala, si legge una scritta realizzata con la tecnica dello stencil, che recita “REQUIEM AETERNA[M] DONA” (Dona loro l’eterno riposo) (foto 57).

Sulla parete sinistra si apre il piccolo andito che collega il primo ambiente con il secondo. Il passaggio fu realizzato in un tempo imprecisato, successivo alla realizzazione delle due cripte (foto 58).

Ai due lati dell’accesso dell’andito, sul muro, vi sono due piccole nicchie con altrettante acquasantiere, quella a destra è la più antica, databile al XVII secolo e realizzata in ceramica, decorata con un motivo di linee verdi e ocra su fondo bianco, che dal centro si irradiano verso l’esterno (foto 59); quella a sinistra, tardo settecentesca, è in marmo grigio e ha una caratteristica forma bilobata con voluta centrale (foto 60).

Probabilmente, trovandosi sotto la seconda cappella della chiesa, l’unica con decorazioni diverse dalle altre, in origine era destinata alla sepoltura dei frati del Convento.

 

La seconda sala

Attraversando l’andito si arriva al secondo ambiente del primo livello.

Questa cripta nacque come tomba (cappella) privata della Nobile famiglia De Fraia, originaria del napoletano, ma residente a Sassari fino alla metà dell’Ottocento, come testimoniato da Enrico Costa, i cui esponenti forse erano dediti al commercio ma certamente sempre insigniti di alte cariche municipali.

L’ambiente doveva originariamente essere affrescato: si possono ancora osservare alcuni elementi delle pitture murali decorative con motivi floreali sulla parete che fronteggia l’andito (foto 61). Gli strati degli intonaci dipinti presentano evidenti stacchi, dovuti all’umidità di risalita trasmessa dalla roccia.

In un angolo è possibile osservare un ossario, protetto da un vetro (foto 62). La tomba dei De Fraia, come già detto, era originariamente separata dall’altra cripta, il collegamento tra i due vani fu realizzato verosimilmente nella metà dell’Ottocento.

La famiglia De Fraia accedeva alla tomba da un ingresso indipendente, servito da una scala ancora visibile ma non più percorribile, che dalla navata della chiesa, con accesso in corrispondenza dell’arco d’ingresso alla quarta cappella a sinistra, portava al sepolcro (foto 62).

Nella chiesa l’accesso alla scala era chiuso da una lapide iscritta di marmo grigio. La lastra è stata spostata dalla sua posizione originaria e installata nel pavimento dell’andito di collegamento tra i due ambienti.

 

L’andito

Tornando indietro verso la prima sala è possibile osservare nel pavimento dell’andito la lapide dei De Fraia (foto 63),  sulla quale, attorno allo stemma gentilizio della famiglia, si legge l’iscrizione:

ANTONIO D’FRAIA DELLA CITTÀ DI POZZUOLO REGNO DI NAPOLI. SEPOLTURA SUA E D’SUOI SUC RI/ ANNO MDCCLXX(“Antonio De Fraia di Pozzuoli nel Regno di Napoli. Sepoltura sua e dei suoi successori/ anno 1770”).

Lo stemma rappresenta due leoni contro rampanti su un monte di tre cime in atto di spezzare un pane (i De Fraia si ritengono discendenti degli antichi Patrizi Romani Frangipane, ecco perché i due leoni sono rappresentati nell’atto di “frangere il pane”). In alto nello sfondo è una croce (elemento estraneo allo stemma della famiglia, ma qui inserita nel contesto funerario della lapide) (foto 64).

I quattro fori visibili negli angoli servivano per fissare la lapide al suolo con delle borchie metalliche; queste potevano essere rimosse quando si doveva sollevare la lastra per accedere alla sepoltura.

Sulla volta dell’andito è possibile osservare molte scritte realizzate con il nero fumo di candela o con del carbone, vi si leggono con difficoltà delle date e dei nomi e forse sono estranee al contesto originario (foto 65).

 

Il secondo livello: l’ossario

Il secondo livello della cripta è costituito da un unico piccolo ambiente destinato a ossario, che accoglie i resti di numerosi scheletri (foto 66).

Vi si accedeva originariamente dalla prima sala attraverso una ripida scala, elemento che avvalora l’ipotesi che il primo ipogeo fosse destinato alla sepoltura dei frati del Convento.

Si osservano delle nicchie scavate nelle pareti, simili a quelle visibili negli altri ambienti della cripta (foto 67).

Anche nella piccola volta di questo ambiente sono state rilevate delle date, scarsamente leggibili, scritte col nerofumo di candela o piuttosto con del carbone (foto 68).

 

Galleria Fotografica

E’ esplicitamente vietato copiare o utilizzare il materiale fotografico e i testi presenti in questa pagina.

L’autore dello studio e la realizzazione di questo importante lavoro è lo storico d’arte MARIO MATTEO TOLA.

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