La Chiesa

dei Cappuccini

Introduzione

Da cinque secoli il colle detto dei Cappuccini è caratterizzato dalla Chiesa comunemente nota di “San Francesco” e dal convento dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini (O.F.M. Cap.).

Il luogo ospitò in età aragonese, tra la fine del XIV e il XV secolo, una chiesa dedicata alla Madonna di Valverde. Nel sito, accanto all’antica chiesa, fu fondato intorno al 1544 un convento tenuto dai frati Servi di Maria.

La presenza dei Serviti è documentata fino al 1595 circa, quando nel complesso si trasferirono i Frati Minori Cappuccini. Questi, arrivati a Sassari nel 1591 per intervento dell’Arcivescovo di Sassari Alfonso De Lorca si erano insediati nella chiesa di Sant’Antonio Abate, oltre la porta verso nord della città fino alla permuta, fatta per ottenere un luogo più appartato, ratificata dal Papa Clemente VIII nel 1597.

L’Ordine dei Frati Minori Cappuccini è uno dei tre ordini mendicanti maschili di Diritto Pontificio, che oggi costituiscono la famiglia francescana. A Sassari l’Ordine dei Frati Minori Osservanti (O.F.M. Oss.) ha sede nel convento di San Pietro in Silki, quello dei Frati Minori Conventuali (O.F.M. Conv.) ha sede nel convento di Santa Maria in Bethlem.

Dal 1592 e fino al 1606 furono eseguiti lavori di ristrutturazione e ampliamento della chiesa e del convento in forme gotiche e gotico – catalane, con finanziamenti stanziati dal Consiglio municipale. Alla fine del XVII o agli inizi del XVIII secolo i frati Cappuccini intervennero anche nella facciata con alcune modifiche. Il risultato è documentato dal Costa tra il 1898 e il 1904 con un prezioso disegno e da alcune rare fotografie (foto 1, 2).

Della originaria chiesa dedicata alla Madonna di Valverde è visibile la sommità del campanile a vela, dietro il fianco destro dell’attuale chiesa.

 

La Facciata

La originaria facciata barocca, povera di decorazioni, era dotata di timpano curvilineo delimitato da due volute laterali con acroteri sormontati da sfere. Il portale era contornato da cornice a bilancia: a destra vi era lo scudo con la torre, simbolo dell’Arcidiocesi Turritana o del Comune di Sassari, fra le ali di un’aquila, mentre a sinistra un angelo sosteneva lo scudo con lo stemma del’Arcivescovo Alfonso De Lorca (1576-1603): una torre sorretta da un elefante (foto 3). L’architrave presentava una decorazione assai simile a quella della finestra gotica – catalana della metà del XV secolo posta in una casa di piazza Azuni sino alla fine dell’800, e oggi conservata al Museo Bardini di Firenze.

Il portone architravato era sormontato da un rosone circolare e affiancato da due piccole finestre quadrate, in corrispondenza delle cappelle laterali.

L’antica facciata, probabilmente per mancanza di manutenzione, crollò nel 1932 a causa di un forte nubifragio.

Fu l’occasione per ristrutturare, modificare e ampliare la chiesa e costruire una nuova facciata in forme eclettiche, riecheggianti quelle gotiche del tempio. Il progetto redatto dal geometra Gavino Carboni fu realizzato tra il 1932 e il 1933 (foto 4).

A distanza di 45 anni, nel 1978, fu necessario un nuovo intervento di restauro, eseguito su progetto del geometra Lorenzo Gavini, durante il quale furono probabilmente asportate le piacevoli archeggiature pensili che sottolineavano la linea dei salienti della facciata caratterizzandola (foto 5).

Contemporaneamente al primo intervento furono eseguiti lavori di riadattamento anche nella adiacente cripta.

La facciata della chiesa si presenta oggi tripartita verticalmente da quattro paraste di trachite.

Il portale principale – sopra il quale è un grande rosone – è delineato da una cornice, a somiglianza dell’antica dispersa, in finta trachite di malta cementizia rossastra; presenta il simbolo francescano al centro, mentre ai due lati, sorretti da due angeli sono a sinistra una torre, stemma dell’Arcidiocesi di Sassari, e a destra l’emblema della città (foto 6). Ai lati sono due portali di dimensioni inferiori incorniciati da motivi fitomorfi e peducci costituiti da angeli, entrambi sormontati da piccoli rosoni.

Il prospetto attuale non conserva alcun elemento della facciata antica.

Il rivestimento delle superfici è realizzato con piccoli mattoni in laterizio. Nel tempo l’insieme ha subito un notevole degrado a causa dei materiali di costruzione utilizzati.

Fino alla ricostruzione dell’attuale prospetto l’accesso alla cripta, che oggi si trova all’interno del corridoio che porta ai locali del Convento, parallelo alla navata sinistra del Tempio, avveniva dall’esterno, attraverso un ambiente addossato allo spigolo della facciata, una sorta di piccola cappella, in corrispondenza della navata sinistra.

Dopo la ristrutturazione del 1933, la Chiesa fu cointitolata a San Francesco e alla Visitazione della Vergine e riconsacrata dall’Arcivescovo Monsignor Arcangelo Mazzotti, francescano conventuale, che pochi anni dopo (1937) elevò la chiesa al rango di Parrocchia.

Negli anni ‘50 del XX secolo è stata costruita, sul fianco sinistro della chiesa, una slanciata torre campanaria a canna quadra con 4 ordini, coronata da una cuspide rivestita di lastre di rame.

L'Interno

L’interno del tempio si presenta semplice e in linea con la tradizione tardogotica propria degli ordini mendicanti.

La costruzione registra più riprese, ampliamenti, rimaneggiamenti; l’aspetto denuncia interventi eseguiti in economia da maestranze non sempre specializzate.

La chiesa, nell’impianto originario, aveva un’unica navata, con archeggiature diseguali in ampiezza. Successivamente gli interventi eseguiti nel XX secolo hanno modificato i passaggi tra le cappelle dando all’edificio una pianta a tre navate.

La navata centrale presenta cinque campate rettangolari separate da archi a sesto acuto retti da pilastri. Le volte sono a crociera ogivale costolonata (foto 7).

Quando nel terzo decennio del Novecento fu ricostruita la facciata venne aggiunta una piccola campata, costituita da un atrio inferiore d’ingresso, sormontato da una cantoria (foto 8); il piano della navata fu abbassato di 80 cm. e l’insieme venne prolungato di 8 metri aggiungendo due piccole campate dietro il presbiterio a costituire il “coro” (foto 9).

Nelle gemme delle volte della prima e della seconda crociera, frutto di un ingrandimento dell’edificio dovuto ai Cappuccini, sono presenti simboli francescani: IHS (IESOUS) in lingua greca nella prima (foto 10), le due braccia incrociate sulla croce (di S. Francesco il braccio ricoperto dal saio e del Cristo quello scoperto), emblema Francescano nella seconda (foto 11). Nella terza e nella quarta campata si osservano invece rispettivamente il monogramma dei Servi di Maria MS (Mariae Servorum) (foto 12), e una Madonna col Bambino (foto 13) molto antica e piuttosto rovinata identificabile con la Madonna di Valverde, originaria titolare della chiesa.

La quinta campata, più profonda delle altre quattro, costituisce il presbiterio (foto) ed è voltata a crociera ogivale non costolonata.

In fondo al presbiterio, in un momento successivo (nel 1933), fu realizzata un’abside quadrangolare composta da due campate, voltate a crociere ogivali costolonate dove è il coro.

La navata è fiancheggiata da cappelle con archi d’accesso a tutto sesto, messe in comunicazione tra loro con grandi archi tondi, aperti durante i lavori del 1932-33, ciò fa apparire la struttura a tre navate. Originariamente, come ricordato, le cappelle comunicavano tra loro tramite piccoli passaggi

Durante i medesimi lavori il livello delle navate fu abbassato di 80 cm. e la chiesa fu prolungata di 8 metri in modo da renderla, da piccola e bassa che era, più alta e spaziosa. Contemporaneamente furono abbattuti i muri di due ambienti (antisacrestia a sinistra e coretto per i frati a destra) posti in testata alle navate laterali per creare due nuove cappelle (le quinte a destra e a sinistra).

Le pareti e le volte delle cappelle sono ricoperti da uno spesso strato di intonaco e pittura e così doveva essere sin dall’origine, eccezion fatta forse per gli elementi strutturali (quelli oggi in color grigio avorio) che probabilmente si presentavano con il paramento a vista ovvero con decorazioni dipinte più articolate.

Altari originali e arredi sono andati purtroppo dispersi e distrutti alla fine del XIX secolo. Sono state risparmiate pochissime opere, le più antiche e pregevoli sono l’edicola della Madonna di Valverde, il tabernacolo del Santissimo Sacramento e la cornice del dipinto dei tre Protomartiri Turritani, nella seconda cappella a sinistra, nella quinta e nella prima cappella a destra.

La Navata Sinistra

(foto 14) La prima cappella a sinistra ha volta a crociera (foto 15). È dedicata alle Anime del Purgatorio. Nella parete è collocato un dipinto della seconda metà degli anni ’60 del XX secolo eseguito dalla nota pittrice sassarese Liliana Cano. L’opera mostra le anime sofferenti che anelano raggiungere Dio (foto 16). Sul dipinto è collocato un antico pregevole crocifisso (foto 17).

La seconda cappella (foto 17) è caratterizzata, unica nel tempio, da un arco a sesto acuto cassettonato che collega l’ambiente con la navata maggiore. La volta, a differenza di tutte le altre, è a cupola emisferica e presenta la pietra a vista con conci messi in opera in cerchi concentrici. È decorata da una rosetta nella chiave ed è sorretta da pennacchi ornati da fantasiosi fregi (foto 19, 20). Nel passato fu ritenuta più antica delle altre, forse rimanenza della primitiva chiesa di Valverde e ospitava il dipinto dei Martiri Turritani.  Studi recenti affermano invece che sia stata eseguita durante i rifacimenti seicenteschi e che gli artefici si siano ispirati alla cupola della chiesa gesuitica di Gesù e Maria (attuale Santa Caterina), alla quale effettivamente assomiglia nelle decorazioni, ricordando però anche quelle di quella più antica del Duomo di San Nicola. Sotto la cappella è situato il primo ambiente della cripta.

La cappella è dedicata alla Madonna di Valverde, rappresentata da una statua di legno dipinto, realizzata nel XX secolo, copia della originale seicentesca (foto 21), rubata nel 1806, quindi ritrovata e ora custodita nel Museo allestito nel convento dei Cappuccini di Sanluri.

L’edicola di legno, poggiata su un gradino d’altare, è pregevole opera di ebanisteria del Seicento; su una base si sviluppa la teca. I pannelli laterali, sono dipinti a olio e raffigurano delle scene identificate con paesaggi locali: in quello di sinistra è raffigurato il paesaggio del colle, con la chiesa di Valverde e due frati Cappuccini in primo piano; nella base un paesaggio costiero con una chiesetta, identificata nella chiesa di san Gavino di Balai a Porto Torres e una torre costiera. A destra sul pannello di legno  vi è la cinta muraria urbana di Sassari. Il pannello inferiore conserva il foro per inserire la leva, che azionava il velario di protezione della teca; il motivo dipinto riporta un paesaggio marino con un castello sulla costa, si tratta probabilmente di un sito della Sardegna settentrionale non identificato (foto 22, 23, 24, 25, 26, 27, 28).

L’edicola è opera dei frati Cappuccini, abili ebanisti intagliatori, che hanno realizzato anche il tabernacolo della cappella del Santissimo Sacramento e la cornice del dipinto con i Santi Martiri Turritani.

La terza cappella in origine dedicata a San Francesco (foto 29) presenta un altare ligneo con una grande nicchia, il cui paliotto reca un bassorilievo dipinto con l’emblema dei Francescani: braccia incrociate davanti alla croce. Accoglie oggi la statua lignea di Sant’Ignazio da Laconi, frate Cappuccino questuante del convento di Cagliari, reso santo nel 1951(foto 30). Originariamente custodiva il simulacro di San Francesco con il Cristo oggi nell’altare maggiore.

La quarta cappella è dedicata all’Assunta o alla Madonna degli Angeli (foto 31), raffigurata in un grande pregevole dipinto secentesco tardo manierista che la rappresenta con vesti morbide e rigonfie attorniata da angeli, alcuni dei quali reggono degli spartiti musicali. Il dipinto era originariamente la pala dell’altare maggiore (foto 32). Nella stessa cappella è collocata anche la recente statua di San Pio da Pietrelcina (foto 33). Sotto la cappella è collocato il secondo ambiente della cripta, ossia la sepoltura della famiglia De Fraia. L’accesso originario, sito tra la navata centrale e la cappella era coperto da una lapide di marmo oggi collocata e visibile nella cripta sottostante.

La quinta cappella, si presenta diversa dalle altre perché voltata a botte. In origine era un ambiente chiuso usato come antisacristia (foto 34). Fu unito alla navata aprendo l’arco di comunicazione durante i lavori del 1932-33. ospita in un edicola semicircolare il fonte battesimale marmoreo, inserito in un pannello ligneo con lunetta superiore dipinta, raffigurante il Battesimo del Cristo nel fiume Giordano (foto 35), il tutto acquistato nel 1933.

Dalla cappella si accede alla sacrestia.

La Sacrestia

Nella sacrestia (foto 36) si possono osservare, oltre il bel mobile paratore, il quadro di grandi dimensioni dell’Ultima Cena, dipinto ad olio su tela; è opera del pittore sassarese G. B. Budroni, eseguita nel 1768, ad imitazione del capolavoro (1495-1498) di Leonardo da Vinci, realizzato nell’ex refettorio rinascimentale del convento adiacente al santuario di Santa Maria delle Grazie a Milano; era originariamente destinato al refettorio del convento dei Cappuccini di Mores (foto 37). Un altro dipinto tardo seicentesco raffigura la Madonna della difesa; l’opera è interessante anche se piuttosto rovinata (foto 38).

Il Presbiterio

L’accesso al presbiterio è dato da tre gradini. Il pavimento della chiesa e il rivestimento parietale in lastre di granito, risalgono a qualche decennio fa.

Attualmente nella parete destra è presente il grande quadro che raffigura il primo Santo dell’Ordine Cappuccino: San Felice da Cantalìce (Rieti) dell’ordine dei Cappuccini (1515-1587), canonizzato, ossia reso Beato, nel 1625, il cui corpo è stato deposto nella Chiesa dell’Immacolata Concezione in via Veneto a Roma. Il Santo si festeggia il 18 di maggio.

Il dipinto olio su tela rappresenta La Madonna che offre il Bambino al Beato Felice da Cantalice. L’opera è attribuita con una certa sicurezza al fiorentino Baccio Gorini, artista tardo manierista attivo in Sardegna nel primo quarto del XVII secolo (foto 39).

(Papa Sisto V ordinò d'istruire subito dopo la morte il processo di canonizzazione che venne portato a termine tra il 10 giugno e il 10 novembre 1587, ma senza concludersi con la canonizzazione. Un nuovo processo di canonizzazione ebbe luogo negli anni 1614-1616A questi anni si dovrebbe datare il dipintoPapa Urbano VIII lo dichiarò beato il 1º ottobre 1625; Papa Clemente XI lo proclamò santo il 22 maggio 1712).

Sulla parete sinistra è invece un quadro con Sant’Antonio da Padova con Bambino e Angeli è un dipinto a olio su tela, realizzato nel XVIII secolo. Si tratta di un’opera di artista locale (foto 40). I due quadri, fino a un paio di mesi fa, erano esposti nella contigua sacrestia. Al centro è oggi collocato il simulacro ligneo che rappresenta San Francesco che abbraccia il Cristo in Croce (foto 41).

Ai lati il simulacro di Cristo Re a sinistra (foto 42), e quello di Santa Elisabetta d’Ungheria a destra (foto 43).

La Navata Destra

(foto 44) La quinta cappella ha volta a botte ed è dedicata al Santissimo Sacramento (foto 45). In origine era una stanza chiusa usata come coretto per i frati; fu unita alla navata con l’abbattimento di una parete durante i lavori del 1932-33.

Il tabernacolo ligneo richiama le forme di un tempietto, ha pianta ottagonale ed è sormontato da cupola e croce; su due ordini sono disposte piccole edicole che accolgono statuine d’avorio, dall’alto: i Protomartiri Gavino, Proto e Gianuario. Nell’ordine inferiore sono rappresentati San Francesco e Sant’Antonio da Padova.

Il tabernacolo è opera di raffinata ebanisteria e intarsio, realizzata da Frati Cappuccini tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo (foto 46).

La base dell’altare è costituita da un sarcofago paleocristiano di marmo, datato alla fine del III - inizi IV secolo, rinvenuto nella città romana di Turris Libisonis, Porto Torres.

Agli inizi del Seicento, esso fu affidato al convento dei Cappuccini e utilizzato per la raccolta dell’acqua. Dell’uso come vasca sono visibili sette fori alla base del pannello anteriore e un altro nel lato destro. In un documento, conservato nell’Archivio Storico Diocesano, è attestato il parere contrario del Capitolo turritano ad una richiesta dei frati Cappuccini del 1641 per utilizzarlo come lavatoio nella sacrestia. Il diniego è motivato dal fatto che la cassa di marmo aveva contenuto resti di martiri.

Nel pannello anteriore vi è una croce simbolo dell’Anàstasis (tema iconografico Bizantino che indica la Risurrezione). Agli angoli due figure di Geni delle Stagioni. Sui lati corti sono scolpite due ceste di vimini ricolme di frutti (foto 47).

La decorazioni moderne che rivestono le pareti e la volta della cappella, presentano una teoria di simboli del mondo vegetale (tralci di vite) e animale con grande croce centrale, allegorie dell’Eucarestia. Sulla volta è dipinto il monogramma IHS (IESOUS in lingua greca).

La quarta cappella ha volta a botte ed è dedicata alla Divina Misericordia (foto 48).

La terza cappella ha volta a botte lunettata ed è dedicata al Sacro Cuore raffigurato dipinto all’interno dell’altare ligneo ivi collocato. Nel pannello inferiore della tavola è raffigurata la Madonna di Pompei (iconografia della Madonna del Rosario con ai lati San Domenico e Santa Caterina da Siena che si venera nel Santuario di Pompei); la doppia composizione è circondata da quattro angeli. L’altare e i dipinti furono realizzati nel 1933 (foto 49).

La seconda cappella con volta a crociera è dedicata a Sant’Antonio da Padova, il cui simulacro è ospitato in un altare ligneo realizzato nel 1933 per accogliere la statua di Fra Ignazio da Laconi (foto 50).

La prima cappella a destra ha volta a crociera è dedicata ai Protomartiri Turritani San Gavino, San Proto e San Gianuario, patroni della Provincia Turritana (in origine di tutta la Provincia Sarda) dei frati Cappuccini (foto 51).

Il quadro che li rappresenta, forse il dipinto più antico custodito nella chiesa, non reca firma e nel passato gli si riconobbero caratteristiche proprie di bottega sardo-spagnola con influenze tardo rinascimentali, e perciò fu stilisticamente attribuito al pittore sassarese Diego Pinna, che ha lavorato nei primi anni del ‘600 anche in altre chiese, compreso il duomo di San Nicola, realizzando tra le altre cose la Madonna del Tempietto nel 1626.

Oggi questa attribuzione appare assai discutibile; piuttosto infatti, in virtù dei forti toni tardo-manieristici e dei colori accesi e brillanti, oltre che della similitudine con dipinti certi, è da considerare opera della cerchia di quel Baccio Gorini già citato, unitamente forse allo stesso Diego Pinna e al gesuita fiammingo Joan Bilevelt attivo nei primi anni del ‘600 presso Gesù e Maria, attuale Santa Caterina (foto 52).

L’antica cornice si deve alla bottega dei frati Cappuccini ebanisti.

La chiesa ospita il candeliere medio del Gremio degli Ortolani, posto sotto la protezione della Madonna di Valverde, rappresentata nel dipinto centrale del manufatto, con un pellegrino.

A sinistra dell’ingresso, nella controfacciata, è apposta una lastra di marmo recante un’epigrafe, copia ridotta dell’originale, conservata nell’ingresso del convento.

Il testo ricorda l’opera del’Arcivescovo Mazzotti a favore della chiesa dei Cappuccini con la dedicazione alla Visitazione di Maria, dopo i restauri del 1933. Nelle pareti ai lati degli accessi sono murate inoltre due interessanti acquasantiere marmoree (foto 53, 54 )

La Cripta

Introduzione

A partire dal Medioevo la sepoltura dei defunti all’interno delle chiese, o sotto gli ambienti ad esse adiacenti (chiostri o conventi), era pratica comune.

Non esistevano infatti i cimiteri così come li conosciamo oggi. Questi nasceranno gradualmente dopo il Napoleonico Editto di Saint Cloud del 1804 (12 Giugno) che per ragioni igienico–sanitarie (oltre che ideologico–politiche) stabiliva che le tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati, e che fossero tutte uguali. Sino a quel momento le chiese e gli spazi ad esse adiacenti erano dei veri e propri sepolcri, collettivi o familiari. Le sepolture potevano essere effettuate sotto la navata centrale in ampi spazi ricavati nel sottosuolo, oppure in singole tombe poste poco sotto i pavimenti.

Le cappelle laterali venivano cedute in “uso” a famiglie, generalmente appartenenti alla nobiltà. Queste si occupavano del decoro dell’ambiente, degli arredi e del mantenimento della porzione di chiesa loro affidata e potevano inumare i propri defunti in cripte (vere stanze sotterranee) scavate sotto il pavimento. Le cripte svolgevano insomma la stessa funzione delle cappelle familiari dei moderni cimiteri.

Altre sepolture collettive potevano essere destinate alle Corporazioni di Arti e Mestieri - a Sassari dette Gremi – o alle Confraternite.

I defunti venivano ricordati, o singolarmente o per famiglia di appartenenza, in lastre marmoree iscritte che venivano poste nei pavimenti e nelle pareti delle cappelle e delle chiese in genere.

La gente più umile trovava sepoltura invece nei sagrati antistanti o negli orti retrostanti le chiese.

Anche le chiese di Sassari erano ricche di lapidi recanti nomi e stemmi di chi ci ha preceduto e che, purtroppo, in tempi relativamente recenti sono state disperse e distrutte da anni di incuria e da sciagurati restauri.

Ovviamente una rilevanza importante era riservato alla sepoltura dei frati del convento, o del clero secolare, cui la chiesa apparteneva, collocata spesso alla fine della navata principale o sotto il presbiterio.

Gli Ordini Mendicanti (i Francescani), essendo caratterizzati dalla “povertà”, ospitarono molti sepolcri di famiglie benestanti che in qualche modo si occuparono così della manutenzione e dell’abbellimento delle loro chiese.

I Cappuccini poi, in modo particolare, si distinsero per realizzare nei loro complessi delle “cripte ossario” monumentali, nelle quali deponevano le ossa – talvolta disposte con ordine maniacale – dei defunti più vecchi che venivano periodicamente esumati in modo da offrire spazio per nuove sepolture.

Tra gli esempi più importanti di tale usanza si possono ricordare i grandissimi complessi ipogei di Roma e di Palermo.

 

Gli interni

Ciò che si vede è un ipogeo scavato nella roccia disposto su due livelli, costituito da tre ambienti: due nel primo e uno più piccolo nel secondo.

L’aspetto attuale è il frutto di varie modifiche intervenute nel corso dei secoli, alcune delle quali anche recenti.

Si vuole sia stata realizzata per dare sepoltura, oltre che ai frati, anche ai fedeli che lasciavano delle eredità al convento, nonché ai componenti del Gremio degli Ortolani, istituito nel 1531, che aveva sede nella chiesa di Valverde.

In realtà – poiché sono collocate esattamente sotto la seconda e la quarta cappella della navata sinistra della chiesa, è più probabile che originariamente si trattasse di due cripte familiari, in origine indipendenti e non collegate tra loro.

Così gli Ortolani, se effettivamente come Gremio nacquero nella Chiesa di Valverde, forse all’Arrivo dei Servi di Maria e comunque prima dell’arrivo dei Cappuccini, spostarono la loro sede in una Cappella di Santa Maria di Betlem dove ancora oggi permangono, senza lasciare alcuna traccia documentale della loro presenza sul Colle dei Cappuccini.

 

L’ingresso

L’accesso attuale è ubicato a sinistra della chiesa, nel corridoio del convento.

Una scala pavimentata in cotto, di recente realizzazione, conduce dal piano terra del convento fino alla quota del primo livello interrato. Durante la discesa, attraverso alcune aperture poste sia nel pavimento, sia nei muri, si possono vedere alcune nicchie ossario.

 

La prima sala

Il primo ambiente, che nel tempo ha subito vari rimaneggiamenti, ospitava nella parete di fondo, posto su un lieve rialzo piastrellato, un altare ligneo, oggi perduto e sostituito da arredi in ferro battuto, presso il quale erano celebrati i riti funebri e di commemorazione dei defunti, risalente presumibilmente agli anni ’30 del XX secolo (foto 55).

L’accesso all’ambiente, avveniva originariamente per mezzo di una scala in pietra, ancora oggi visibile, ma non più percorribile. La larghezza della scala fu infatti ridotta dalla costruzione delle fondazioni per l’ampliamento della chiesa. Infine l’accesso fu completamente chiuso quando, negli anni Trenta del secolo scorso, con i lavori di rifacimento della facciata del tempio, crollata durante un nubifragio, fu realizzato il soffitto, tutt’oggi visibile, in travi di ferro e voltine di laterizi intonacati, che sostituì l’originaria volta a botte della quale sopravvive l’imposta. L’antica scala non immetteva all’interno della chiesa, ma portava a un ambiente esterno ad essa, posto in angolo con la primitiva facciata e con essa scomparso nel crollo del 1932 (foto 56).

La copertura attuale, realizzata con voltine e travi, è tipica dei primi decenni del Novecento.

Le pareti sono intonacate con malta di calce e, nei pressi dell’originaria scala, si legge una scritta realizzata con la tecnica dello stencil, che recita “REQUIEM AETERNA[M] DONA” (Dona loro l’eterno riposo) (foto 57).

Sulla parete sinistra si apre il piccolo andito che collega il primo ambiente con il secondo. Il passaggio fu realizzato in un tempo imprecisato, successivo alla realizzazione delle due cripte (foto 58).

Ai due lati dell’accesso dell’andito, sul muro, vi sono due piccole nicchie con altrettante acquasantiere, quella a destra è la più antica, databile al XVII secolo e realizzata in ceramica, decorata con un motivo di linee verdi e ocra su fondo bianco, che dal centro si irradiano verso l’esterno (foto 59); quella a sinistra, tardo settecentesca, è in marmo grigio e ha una caratteristica forma bilobata con voluta centrale (foto 60).

Probabilmente, trovandosi sotto la seconda cappella della chiesa, l’unica con decorazioni diverse dalle altre, in origine era destinata alla sepoltura dei frati del Convento.

 

La seconda sala

Attraversando l’andito si arriva al secondo ambiente del primo livello.

Questa cripta nacque come tomba (cappella) privata della Nobile famiglia De Fraia, originaria del napoletano, ma residente a Sassari fino alla metà dell’Ottocento, come testimoniato da Enrico Costa, i cui esponenti forse erano dediti al commercio ma certamente sempre insigniti di alte cariche municipali.

L’ambiente doveva originariamente essere affrescato: si possono ancora osservare alcuni elementi delle pitture murali decorative con motivi floreali sulla parete che fronteggia l’andito (foto 61). Gli strati degli intonaci dipinti presentano evidenti stacchi, dovuti all’umidità di risalita trasmessa dalla roccia.

In un angolo è possibile osservare un ossario, protetto da un vetro (foto 62). La tomba dei De Fraia, come già detto, era originariamente separata dall’altra cripta, il collegamento tra i due vani fu realizzato verosimilmente nella metà dell’Ottocento.

La famiglia De Fraia accedeva alla tomba da un ingresso indipendente, servito da una scala ancora visibile ma non più percorribile, che dalla navata della chiesa, con accesso in corrispondenza dell’arco d’ingresso alla quarta cappella a sinistra, portava al sepolcro (foto 62).

Nella chiesa l’accesso alla scala era chiuso da una lapide iscritta di marmo grigio. La lastra è stata spostata dalla sua posizione originaria e installata nel pavimento dell’andito di collegamento tra i due ambienti.

 

L’andito

Tornando indietro verso la prima sala è possibile osservare nel pavimento dell’andito la lapide dei De Fraia (foto 63),  sulla quale, attorno allo stemma gentilizio della famiglia, si legge l’iscrizione:

ANTONIO D’FRAIA DELLA CITTÀ DI POZZUOLO REGNO DI NAPOLI. SEPOLTURA SUA E D’SUOI SUC RI/ ANNO MDCCLXX(“Antonio De Fraia di Pozzuoli nel Regno di Napoli. Sepoltura sua e dei suoi successori/ anno 1770”).

Lo stemma rappresenta due leoni contro rampanti su un monte di tre cime in atto di spezzare un pane (i De Fraia si ritengono discendenti degli antichi Patrizi Romani Frangipane, ecco perché i due leoni sono rappresentati nell’atto di “frangere il pane”). In alto nello sfondo è una croce (elemento estraneo allo stemma della famiglia, ma qui inserita nel contesto funerario della lapide) (foto 64).

I quattro fori visibili negli angoli servivano per fissare la lapide al suolo con delle borchie metalliche; queste potevano essere rimosse quando si doveva sollevare la lastra per accedere alla sepoltura.

Sulla volta dell’andito è possibile osservare molte scritte realizzate con il nero fumo di candela o con del carbone, vi si leggono con difficoltà delle date e dei nomi e forse sono estranee al contesto originario (foto 65).

 

Il secondo livello: l’ossario

Il secondo livello della cripta è costituito da un unico piccolo ambiente destinato a ossario, che accoglie i resti di numerosi scheletri (foto 66).

Vi si accedeva originariamente dalla prima sala attraverso una ripida scala, elemento che avvalora l’ipotesi che il primo ipogeo fosse destinato alla sepoltura dei frati del Convento.

Si osservano delle nicchie scavate nelle pareti, simili a quelle visibili negli altri ambienti della cripta (foto 67).

Anche nella piccola volta di questo ambiente sono state rilevate delle date, scarsamente leggibili, scritte col nerofumo di candela o piuttosto con del carbone (foto 68).

E’ esplicitamente vietato copiare o utilizzare il materiale fotografico e i testi presenti in questa pagina.

L’autore dello studio e la realizzazione di questo importante lavoro è lo storico d’arte MARIO MATTEO TOLA.

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